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Quanto tempo ci vuole per ristrutturare un casale (e perché non ho fretta di dirtelo)

Immagine del redattore: Paolo Vigoni
Paolo Vigoni
12 ore fa
Tempo di lettura: 7 min
Rudere di un antico casale nelle Marche da recuperare e ristrutturare
Rudere prima dell'intervento

Quando qualcuno mi chiede quanto tempo ci vuole per ristrutturare un casale, spesso si aspetta una risposta precisa.

Sei mesi? Un anno? Diciotto mesi?

La domanda è assolutamente legittima. Quando si decide di acquistare o recuperare un casale, conoscere i tempi significa poter organizzare un investimento, capire quando sarà possibile entrare nella nuova casa, programmare un trasloco, coordinare un'attività ricettiva o semplicemente sapere quando quel progetto, finalmente, diventerà realtà.

Il problema è che, soprattutto quando si parla di ristrutturazione e recupero di un casale, una risposta seria non può essere soltanto un numero.

Prima di dire quanto tempo servirà per costruire, bisogna capire quanto tempo serve per conoscere, studiare e progettare.

Ed è proprio qui che entra in gioco il mio modo di intendere l'architettura.

Sono un artigiano dell'architettura

Mi piace definirmi un artigiano dell'architettura.

Non perché pensi che l'architetto debba lavorare senza tecnologia o che il passato fosse necessariamente migliore del presente. Utilizzo quotidianamente software, strumenti digitali, sistemi avanzati di rappresentazione e, quando possono essere realmente utili, anche strumenti di intelligenza artificiale.

Ma continuo a pensare che ci sia una cosa che nessuna tecnologia può sostituire: il tempo necessario per capire un progetto.

Per questo ho fatto una scelta professionale precisa.

Non voglio seguire venti progetti contemporaneamente.

Potrei farlo? Probabilmente sì.

Ma non è il modo in cui voglio lavorare.

Preferisco avere meno incarichi contemporaneamente e poter entrare veramente dentro ciascun progetto. Conoscerlo, studiarlo, tornarci sopra, discuterlo con il cliente e, quando necessario, cambiare idea.

Per me essere un artigiano dell'architettura significa soprattutto questo: non trattare ogni progetto come un prodotto da consegnare, ma come qualcosa da costruire con cura.

Un casale non è una casa nuova

Quando si parla di ristrutturare un casale, questa differenza diventa particolarmente evidente.

Un casale esistente non è un foglio bianco.

Ha una storia, una struttura, materiali, trasformazioni avvenute nel tempo. Spesso presenta aggiunte successive, murature di epoche diverse, coperture che devono essere analizzate, aperture che raccontano come l'edificio è stato utilizzato.

E poi c'è il rapporto con il paesaggio.

Un casale nelle Marche non è semplicemente un edificio collocato su un terreno. Fa parte di un territorio, di una collina, di un paesaggio agricolo, di una storia costruttiva che in molti casi vale la pena comprendere prima ancora di decidere come intervenire.

Per questo, quando mi trovo davanti a un casale da recuperare, la prima domanda che mi pongo non è:

“Quanto ci mettiamo a finirlo?”

La prima domanda è:

“Che cosa abbiamo davanti?”

Prima si osserva, poi si progetta

È una cosa che può sembrare banale, ma nella pratica non lo è affatto.

Prima di disegnare bisogna osservare.

Bisogna capire l'edificio, il terreno, gli accessi, gli orientamenti, la luce, le relazioni con il paesaggio e, naturalmente, le esigenze di chi dovrà vivere quello spazio.

Bisogna verificare ciò che è possibile fare dal punto di vista urbanistico e normativo.

Bisogna capire quali parti dell'edificio possono essere recuperate, quali devono essere consolidate, quali possono essere trasformate.

E bisogna anche imparare ad accettare che non tutte le risposte arrivano immediatamente.

A volte un progetto sembra risolto e, dopo qualche giorno, ci si accorge che qualcosa non funziona.

Una distribuzione può essere migliorata.

Una finestra può essere spostata.

Un collegamento tra due ambienti può essere ripensato.

Un dettaglio che sembrava secondario può diventare fondamentale.

Sono proprio queste riflessioni che spesso non compaiono nel risultato finale.

Ma fanno parte del progetto.

Quanto tempo serve davvero per ristrutturare un casale?

A questo punto posso tornare alla domanda iniziale.

Quanto tempo serve?

La risposta dipende dall'edificio e dal tipo di intervento.

Una ristrutturazione interna con opere limitate è una cosa.

Il recupero completo di un casale con modifiche distributive, interventi strutturali, efficientamento energetico, rifacimento degli impianti, sistemazione degli spazi esterni e opere di finitura è un'altra.

E ancora diverso è un intervento che comporta demolizione e ricostruzione, ampliamenti o trasformazioni più profonde.

Per questo non amo dare tempi standard senza conoscere il progetto.

Ci sono i tempi necessari per rilievi e verifiche preliminari, quelli della progettazione, quelli legati alle autorizzazioni e alle pratiche edilizie e, infine, quelli del cantiere.

Ognuna di queste fasi può dipendere da condizioni che non sono completamente sotto il controllo dell'architetto.

Una cosa però la posso dire con certezza: affrettare la fase progettuale per guadagnare qualche settimana può essere una falsa economia.

Una decisione presa troppo rapidamente può accompagnare il progetto per anni.

Una scelta distributiva sbagliata può diventare costosa da correggere quando il cantiere è già iniziato.

Un dettaglio non approfondito può trasformarsi in un problema.

Per questo preferisco prendermi il tempo necessario prima, piuttosto che dover rincorrere i problemi dopo.

Il progetto non è soltanto quello che si vede

Quando si guarda un progetto finito, si vede il risultato.

Una bella fotografia.

Un render.

Una planimetria ordinata.

Una facciata restaurata.

Ma dietro quella immagine c'è molto più lavoro.

Ci sono sopralluoghi, rilievi, verifiche, telefonate, confronti, alternative progettuali, problemi risolti e decisioni prese.

Ci sono anche molte idee che non sono mai arrivate al risultato finale.

È normale.

Progettare significa anche eliminare.

Provare una soluzione, capire che non funziona e ricominciare.

A volte significa modificare una parte del progetto per migliorare qualcosa che, a prima vista, sembrava già funzionare.

Questo è uno dei motivi per cui non credo che il valore del lavoro di un architetto possa essere misurato semplicemente contando il numero di tavole prodotte.

Le ore che il cliente non vede

C'è una parte del lavoro dell'architetto che rimane inevitabilmente invisibile.

Il cliente vede il progetto consegnato, ma non vede necessariamente tutte le ore che ci sono dietro.

Non vede il tempo passato a confrontare due soluzioni.

Non vede la verifica fatta prima di dare una risposta.

Non vede una telefonata con un tecnico o con l'impresa.

Non vede il dettaglio ridisegnato tre volte perché la prima soluzione non convinceva.

Non vede magari il problema individuato prima che diventasse un problema di cantiere.

Eppure tutto questo è lavoro.

Per questo credo che il compenso di un professionista debba essere rapportato non soltanto al risultato materialmente visibile, ma alla competenza, al tempo, alla responsabilità e alla complessità della prestazione.

Non è una questione di “far pagare le ore”.

Il valore di un architetto non è semplicemente una tariffa oraria.

È l'insieme di esperienza, conoscenza, capacità progettuale e responsabilità che vengono messe a disposizione del cliente.

Ma senza tempo, anche la competenza rischia di non poter essere utilizzata fino in fondo.

Non faccio soltanto casali

Il titolo di questo articolo parla di casali perché sono edifici che mi hanno sempre interessato e perché il loro recupero rende molto evidente il rapporto tra tempo, conoscenza e progetto.

Ma il mio lavoro non si esaurisce nei casali.

Mi occupo di progettazione, ristrutturazioni, recupero e restauro, interior design, edifici residenziali e interventi di trasformazione del territorio.

E mi occupo anche di urbanistica.

Sono scale apparentemente molto diverse.

Da una parte c'è il dettaglio di un interno, dall'altra c'è la scala di un territorio.

Da una parte bisogna decidere come organizzare una cucina o come risolvere il rapporto tra una porta e una parete.

Dall'altra bisogna ragionare sulla viabilità, sugli spazi pubblici, sulle relazioni tra edifici, sul paesaggio e sulle trasformazioni di un'intera porzione di territorio.

Ma il principio, per me, rimane lo stesso.

Prima bisogna capire. Poi si può progettare.

È probabilmente questo il filo conduttore che unisce lavori apparentemente molto diversi.

Dalla scala di una maniglia a quella di un territorio

È una delle cose che mi piace di più del mestiere dell'architetto.

Poter passare dalla scala di una maniglia a quella di un territorio senza perdere la stessa attenzione per il progetto.

Una scala diversa non significa necessariamente un modo diverso di pensare.

Significa cambiare punto di vista.

Nel restauro bisogna ascoltare ciò che l'edificio racconta.

Nella progettazione bisogna capire le esigenze di chi lo abiterà.

Nell'urbanistica bisogna comprendere le relazioni tra gli elementi che costruiscono un territorio.

In tutti i casi, però, serve osservazione.

Serve studio.

Serve confronto.

E serve tempo.

Perché non seguo venti progetti contemporaneamente

Ecco quindi la risposta alla domanda iniziale, almeno per quanto riguarda il mio modo di lavorare.

Non seguo venti progetti contemporaneamente perché non voglio che il mio lavoro diventi una successione di scadenze da rispettare.

Non voglio che un cliente diventi semplicemente “il progetto di martedì pomeriggio”.

Voglio conoscere il progetto che sto seguendo.

Voglio sapere perché è stata fatta una determinata scelta.

Voglio ricordare cosa abbiamo discusso con il cliente.

Voglio poter tornare su una soluzione se penso che possa essere migliorata.

Voglio avere la possibilità di fermarmi davanti a un problema senza dover immediatamente correre verso quello successivo.

Questo non significa lavorare senza organizzazione.

Al contrario.

Significa organizzare il lavoro in modo da poter garantire a ogni incarico la necessaria attenzione.

È una scelta professionale.

E, come tutte le scelte professionali, ha delle conseguenze.

Forse significa accettare meno incarichi contemporaneamente.

Ma significa anche poter seguire quelli che accetto con maggiore presenza.

Non ho fretta di dirti quanto tempo ci vorrà

Quando un cliente mi chiede quanto tempo servirà per ristrutturare il suo casale, quindi, preferisco non inventare una risposta.

Preferisco prima vedere il casale.

Conoscere il progetto.

Capire cosa vuole ottenere.

Verificare quali sono i vincoli.

Capire quali trasformazioni sono realmente possibili.

Solo dopo posso cominciare a parlare di tempi.

Non è una risposta evasiva.

È una forma di serietà professionale.

Perché credo che un architetto debba essere veloce quando serve, ma non debba avere paura di dire che alcune cose richiedono tempo.

Soprattutto quando quel tempo serve a fare meglio il proprio lavoro.

L'architettura ha bisogno di tempo

Forse, alla fine, è proprio questo il senso della mia idea di “artigiano dell'architettura”.

Non significa essere contrari alla tecnologia.

Non significa lavorare lentamente.

Non significa fare meno.

Significa non confondere la velocità con la qualità.

Significa sapere che un progetto ha bisogno di essere osservato, discusso, verificato e, qualche volta, anche ripensato.

Che si tratti del recupero di un casale nelle Marche, della ristrutturazione di un'abitazione, del restauro di un edificio, della progettazione di un interno o di un intervento urbanistico, per me il principio non cambia.

Il progetto merita attenzione.

E l'attenzione richiede tempo.

Per questo, quando mi chiedono quanto tempo ci vuole per ristrutturare un casale, preferisco non avere fretta di rispondere.

Prima voglio capire che cosa stiamo cercando di costruire.

Poi possiamo parlare di quanto tempo ci vorrà per farlo.

Se stai pensando di ristrutturare un casale nelle Marche e vuoi capire quanto tempo — e quale attenzione — richiederà davvero il tuo progetto, prenota un sopralluogo!

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